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Omnia vincit amor, diceva Virgilio. Omnia vincit vita, dicono oggi i tribunali. Ebbene sì, la vita vince sull’amore. Il caso. Una coppia in costanza di matrimonio si sottopone a fecondazione assistita, manifestando il proprio libero ed informato consenso al concepimento. A seguito della separazione, l’ex moglie sceglie comunque diportare a termine l’impianto degli embrioni creati con l’allora marito. L’uomo, indignato, propone ricorso avanti al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, manifestando la sua ferma opposizione. Tuttavia, secondo il Tribunale, la scelta della donna di procedere alla gravidanza non lede la libertà dell’uomo né, tantomeno, è compiuta senza il suo consenso. Il “consenso” dei partner deve esistere al “momento della fecondazione”; una eventuale revoca postuma è irrilevante. E’ la legge sulla fecondazione assistita a dircelo; la celebre legge 40/2004 che protegge il diritto di esistere del concepito. La creazione (anche in vitro) di un embrione equivale al concepimento. La vita, seppure sospesa, è creata. Una volta compiuta la fecondazione, il diritto alla vita dell’embrione prevale, così, sul ripensamento dei genitori biologici. Il tema è delicatissimo e tocca i diritti più sensibili in assoluto.
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